Io e la DAD

Mi ero sbagliata. Ho sdegnato per anni la didattica a distanza, convinta che si possa insegnare solo con la relazione in presenza, e che tutto il resto fosse solo informazione. Poi è arrivato il Covid-19 e tutto è cambiato.

Ho utilizzato come utente piattaforme di cui non conoscevo neanche l’esistenza, e come docente mi sono rinventata su Skype, molto scettica all’inizio e molto coinvolta alla fine.

Ho scoperto che la relazione passa anche attraverso lo schermo, che si può dialogare, scherzare, condividere lavagne virtuali insieme alle emozioni, stando ognuno davanti alla propria scrivania.

Ho partecipato a webinar di gruppo, a tutorial che mi hanno guidato passo passo nell’apprendere l’uso di nuovi dispositivi, ho speso soldi per comprarmi un corso online da una persona che stimo molto, e ora ogni venerdì pomeriggio attendo l’incontro virtuale organizzato da una società a cui mi ero iscritta per fare un seminario in presenza che ha deciso di regalare la loro esperienza a distanza a chiunque sia interessato.

Certo, io mi occupo di formazione degli adulti, le lezioni che ho tenuto non richiedevano valutazioni finali, e quindi tutto è più semplice, ma avevo già sperimentato esami su moodle, e so che si possono fare con la stessa serietà di quando siamo in aula.

So che bisogna inventare modelli di insegnamento diversi, modificare la nostra idea di insegnamento, utilizzare più strumenti e avere molta flessibilità e un grande spirito di adattamento per modificare ciò che si era pensato se ci si rende conto che online non funziona. Se si pensa di riproporre pari pari le stesse cose negli stessi modi siamo perdenti.

Con questo non voglio dire che va tutto bene, e la mia non è un’esaltazione della didattica a distanza a prescindere.

I problemi ci sono, basta pensare a quelli di connessione che troppo spesso non è sufficiente a garantire la presenza a tutti, oppure non ci permette di vedersi ma solo sentirsi altrimenti salta ogni cosa, la mia è piuttosto la sorpresa della scettica, che si ricrede delle proprie certezze e ci prova pure gusto.

Mi è tornato in mente quando, a inizio anni ottanta del scolo scorso mi accalorai in una discussione contro l’avvento del computer per tutti, e ora non ne potrei più fare a meno.

Mi piace dovermi ricredere, perché è come trovare una porticina segreta dietro un muro che pensavo invalicabile, una nuova strada da percorrere. Mi fa sentire meno vecchia e con la mente ancora elastica, ed è davvero una bella sensazione.

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